L’ARTE DI ESSERE GENITORI. L’AUTENTICITA’ NEL RAPPORTO CON I FIGLI.

L’ARTE DI ESSERE GENITORI. L’AUTENTICITA’ NEL RAPPORTO CON I FIGLI.

L’ARTE DI ESSERE GENITORI. L’AUTENTICITA’ NEL RAPPORTO CON I FIGLI.

Essere genitori è sempre stato un processo molto complesso carico di significati e di passaggi molto delicati da affrontare interiormente sia a livello individuale, di coppia che famigliare. L’abilità di essere genitori è direttamente proporzionale alla capacità di mettere in pratica la propria genitorialità.

In termini psicologici la genitorialità è intesa come parte fondante della personalità di ogni individuo. E’ uno spazio psicodinamico che inizia a formarsi nell’infanzia quando, a poco a poco, interiorizziamo i comportamenti, i messaggi verbali e non-verbali, le aspettative, i desideri, le fantasie dei nostri genitori o caregivers. E’ come se sviluppassimo un “Genitore Interno” che è formato da tutte le interazioni reali e fantasmatiche avute con le figure adulte significative che si sono occupate di noi. Da questo “Genitore Interno” dipendono in gran parte i nostri modelli comportamentali, relazionali e di coping che usiamo per rapportarci con gli altri.

Possiamo considerare dunque la genitorialità come una “ funzione autonoma e processuale dell’essere umano” che rappresenta il momento evolutivo più maturo della dinamica affettiva di un individuo. Come ogni compito evolutivo, come ogni stadio è una fase della propria crescita psicologica e relazionale contrassegnata da ambivalenze, difficoltà, contraddizioni, ricerche, crisi, integrazioni, frammenti..

La genitorialità è una capacità molto vasta e complessa che si esprime attraverso una molteplicità di funzioni quali quella protettiva, affettiva, regolativa, normativa, predittiva, rappresentativa, significante, fantasmatica, proiettiva, differenziale, triadica, transgenerazionale, direttamente collegate una all’altra e che si trasformano a seconda della fase evolutiva in cui, sia come genitori che come figli, ci troviamo a vivere.

Una sana genitorialità necessita di uno spazio mentale e relazionale, entro il quale confluiscono la storia di vita affettiva dei genitori, i personali e reci­proci legami di attaccamento, la capacità di regola­zione dei propri stati emotivi e la flessibilità al cam­biamento.

La disponibilità a fornire cure adeguate non è specificatamente una modalità istintuale, ma è strettamente connessa alle capacità cognitive, af­fettive e relazionali dei genitori. Il percorso di co­struzione della genitorialità è un processo circolare, all’interno del quale le caratteristiche temperamen­tali dei figli hanno un ruolo fondamentale.

Ognuno di noi ha, dunque, le risorse e le capacità di divenire un “artista genitore”.

Fin dalla nascita il bambino è dotato di abilità sociali che lo rendono competente nel creare relazioni e legami di attaccamento. Queste competenze di base necessita­no, tuttavia, di un incontro ripetuto con una madre capace di riflettere, contenere e di alleviare il disa­gio, rinforzare la capacità del bambino di tollerare gli affetti negativi e incrementare la sua fiducia nel fatto che il bisogno di un supporto ausiliario per la regolazione degli affetti e degli stati emotivi non resterà insoddisfatto.

 

Una cresci­ta psichica del bambino, dunque, parte dall’osser­vazione del comportamento dell’altro, dunque per imitazione (neuroni specchio), ma deve passa­re necessariamente anche da una adeguata sintonizzazione emotiva che permette al bambino di capire di essere compreso nelle sue richieste e nei suoi stati d’animo.

Nella coppia madre-bambino ci sono, naturalmente, momenti di mancata sintonia o di conflittualità, all’interno dei quali il bambino è in grado di proporre alcuni schemi motori (come il pianto, la protesta, facce curiose) per ristabilire il rapporto con la madre. Dal punto di vista evoluti­vo, questi momenti di reciproco distacco hanno un valore adattativo e promuovono una matrice inter­soggettiva, ovvero la possibilità del bambino di iniziare a pensarsi come altro dalla madre, dunque dando l’input al processo di individualizzazione, autonomia ed indipendenza.

Le ricerche evidenziano come le madri che si di­mostrano capaci di rispondere in modo sintonizzato ai diversi stati emotivi, positivi e negativi, espressi dal proprio figlio amplificano gli stati emozionali positivi e facilitano il controllo di quelli negativi, ri­ducendo l’impatto della paura, dell’ansia, della tri­stezza.

A questo punto è necessario porre l’accento su un altro compito del caregiver, necessario alla cre­scita di una “buona relazione”. Parliamo della rêve­rie materna, come l’ha denominata Wilfred Bion, ovvero della capacità della madre di contenere le angosce del proprio figlio, di dargli un significato e di restituirgliele già digerite (e quindi più tollerabi­li). Un esempio pratico di questa funzione materna si ha quando il bambino piange disperato a causa del dolore dovuto alla nascita dei denti. Una madre capace di accogliere tale disperazione, di nominarla e di gestirla con sicurezza restituisce al bambino un modello capace di gestire lo stress delle emergenze in modo coerente dunque il bambino imparerà a trasformare le emozioni negative in positive, sviluppando una buona fiducia. Differentemente una madre che non sa come gestire il dolore e la disperazione del figlio, nel medesimo frangente, che chiederà al figlio di smettere di piangere paradossalmente chiede al figlio di rassicurarla proiettando sul bambino un’emozione negativa amplificata.

Per un’adeguata regolazione emotiva il bam­bino, nel primo anno di vita, ricorre a modalità di comunicazione rivolte ai genitori e finalizzate a mobilitare il loro intervento, in modo sempre più intenzionale e consapevole. Un processo fonda­mentale per lo sviluppo della personalità prevede sia lo sperimentare processi di sintonizzazione af­fettiva positivi sia le ripetute trasformazioni degli affetti negativi in positivi. Al contrario, vivere ripe­tutamente rotture della comunicazione e riparazioni fallite, come può accadere a bambini con madri de­presse, può portare invece il bambino a costruire un nucleo affettivo negativo, caratterizzato da rabbia e tristezza e fondato sulla rappresentazione di sé co­me inefficace e della madre come non disponibile.

Fattivamente quanto detto si traduce nel periodo di sviluppo linguistico e di bisogno di maggiore indipendenza del bambino che necessità di risposte coerenti, chiare e sicure da parte dell’adulto di riferimento. Un bambino che inizia a gattonare (6 mesi) diventa un grande esploratore ma deve essere messo nelle condizioni migliori e deve essere favorito per poter ottenere il meglio per il suo sviluppo psicofisico da questa nuova attività. Un genitore che nega o frustra questa esperienza in modo continuativo ( non toccare questo, non andare lì, non prendere quello)  porterà il proprio figlio ad acquisire una percezione di sé come incapace e del genitore come poco presente e disponibile nei suoi riguardi.

Un altro utile esempio ci viene dato quando bisogna dire “NO” al bambino. E’ chiaro che questo comporterà una reazione di disappunto nei nostri figli, con pianti e capricci, ma attraverso una comprensibile e chiara spiegazione delle nostre motivazioni ed un buon contenimento della frustrazione, passerà un messaggio positivo di sicurezza, affidabilità, coerenza, attenzione e disponibilità.

Non meno importante è il fatto che così facendo permettiamo a nostro figlio di conoscerci meglio nei nostri principi e  valori. Inoltre attraverso i “NO” insegnano ai nostri figli le regole ed il limiti  che non bisogna oltrepassare per proteggere e rispettare se stessi e gli altri, preparandoli meglio ad affrontare l’avventura scolastica.

L’età scolare segna un punto di svolta nella vita di tutti i membri della famiglia. I bambini dovranno imparare nuovi ritmi e nuove abitudini, impareranno a gestirsi da soli per alcuni aspetti. E’ questa la fase in cui il temperamento del bambino, che sin dalla nascita ha accompagnato la sua crescita, emerge con tutta la sua potenza caratterizzandone l’unicità . E’ utile comprendere al meglio le criticità ed i punti di forza di nostro figlio per creare un ambiente che favorisca il suo sviluppo, soprattutto se consideriamo che proprio in questo periodo cominciano ad essere presenti situazioni conflittuali e di non condivisione in famiglia.

Verso la fine dell’età scolare i bambini entrano nella fase della pubertà che è un momento di profondi cambiamenti fisici ed emotivi. Gli ormoni trasformano il loro corpo, sembrano adulti ma sono ancora dei bambini. Hanno importanti sbalzi umorali, vogliono maggiore indipendenza ma non hanno le capacità idonee per prendere decisioni da soli. In questo momento della vita cominciano a comprendere di avere opinioni ed idee diverse da quelle dei genitori e cominciano a capire che sono distinti dagli adulti di riferimento.

Compito di questa fase sarà la ricerca di un nuovo equilibrio tra l’attaccamento e l’esplorazione del mondo esterno, che consenta il raggiungimento di un’autonomia autentica. Nel processo di individua­zione, i genitori sono attivamente coinvolti nello sviluppo della maturità psicologica e della com­petenza sociale dei figli offrendo, da un lato, una “base sicura” nelle situazioni di vulnerabilità e di stress, dall’altro rispettando e sostenendo le nuove risorse del figlio, strumenti che lo aiuteranno a re­golare la propria sicurezza e ad adattarsi ai nuovi compiti di sviluppo.

In tal senso in questo momento della crescita del bambino, il genitore oltre alla capacità di sintonizzazione emotiva dovrebbe accedere alla fase successiva di de-accomodamento, ovvero di dimi­nuire il suo adattamento man mano che accresce la capacità del figlio di tollerare la frustrazione e essere maggiormente autonomo.

L’adolescenza è un grande obiettivo raggiunto e l’inizio di un nuovo periodo molto stimolante. I figli adolescenti hanno come meta quella di trovare una nuova propria identità, mentre il compito genitoriale in questa fase è quello di rafforzare il legame e favorire una sempre maggiore indipendenza del figlio.

L’adolescente ha come prerogativa quella di cambiare, trasformarsi, disconfermare tutto ciò che fino ad allora è stato il suo ambiente sicuro. Egli sperimenta e per fare ciò deve abbandonare qualcosa del passato. Il figlio adolescente non vorrà essere controllato ma è importante che nonostante questi atteggiamenti provocatori gli adulti di riferimento  siano presenti, rimangano i suoi punti di riferimento, senza essere giudicanti e rifiutanti rispetto alle modalità assunte dal giovane. E’ importante che anche l’ambiente sicuro rimanga il porto in cui attraccare quando ne sente la necessità.

A tal proposito è bene sottolineare che, in questa fase del ciclo vitale, la funzione paterna esercita un compito rilevante nel favorire la nascita sociale dei figli, sia offrendo un’alternativa al rispecchiamento materno, sia sostenendo (anche attraverso la fru­strazione), una diversa organizzazione del pensiero, delle emozioni e dei comportamenti. Una sana relazione padre-figlio prevede la possibilità per entrambi i membri della diade di espri­mere liberamente emozioni positive, ma anche negative, di arrabbiarsi, di litigare, di confrontarsi. Questo tipo di esperienza in adolescenza è essenzia­le per lo sviluppo del sentimento di autostima e per la formazione della personalità. Spesso i padri di oggi sono poco consapevoli dell’importanza del lo­ro ruolo nella fase adolescenziale del figlio, oppure tendono a ritirarsi di fronte agli atteggiamenti ostili e trasgressivi dei figli che li mettono in difficoltà. Il venir meno di queste funzioni paterne rappresen­ta un fattore di rischio per la crescita psicologica del ragazzo. Il movimento di autonomia dell’adole­scente è spesso percepito come un pericolo, perché mette in discussione l’organizzazione del contesto familiare e rappresenta la fine dell’onnipotenza ge­nitoriale del padre e della madre. La capacità di continuare a fornire supporto e l’incoraggiamento dell’autonomia da un lato favori­scono l’individuazione dell’adolescente, lo svilup­po del senso di appartenenza rispetto alla famiglia e la capacità di realizzare gli scopi personali e di prendere decisioni, dall’altro limitano i rischi che lo stesso incorra in comportamenti devianti, difficoltà relazionali e problematiche scolastiche.

In conclusione possiamo sostenere che l’errore è una risorsa importante della genitorialità, poiché rappresenta una forma di ap­prendimento che serve per ri-programmare altre scelte. Il genitore “sufficientemente buono” cerca di comprendere empaticamente le ragioni dei pro­pri figli, di costruire con loro un rapporto duraturo basato sulla comunicazione emotiva e affettiva e di rimanere in relazione con il “figlio reale” e non con il “figlio fantasticato”.

L’idealizzazione di un bambino prende corpo sin dalla gravidanza, sia in ciascun membro della coppia, sia nella dinamica della coppia stessa, dan­do vita a complesse elaborazioni interiori. Il pas­saggio tra il bambino fantasticato dai genitori e il bambino reale caratterizza un momento centrale nella relazione e nella crescita psicologica della fa­miglia. Soltanto nel riconoscere al bambino la sua individualità e accettandola incondizionatamente, i genitori saranno in grado di favorire una sana cre­scita emotiva.

La capacità dei genitori di porsi nei confronti dei figli, dalla na­scita all’adolescenza, in una posizione di ascolto at­tivo, empatico e partecipato dei bisogni o delle reali possibilità del minore è un principio cardine per la costruzione di una sana personalità e per lo sviluppo delle capacità relazionali con il mondo esterno.

 

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Giorgia Manilla

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