BAMBINI CENTRIFUGATI

BAMBINI CENTRIFUGATI

BAMBINI CENTRIFUGATI

Le vacanze estive sono terminate, si ritorna tutti alla routine quotidiana, anche i nostri figli. Le scuole si sono riaperte e con esse i corsi, che offrono le più diverse attività extrascolastiche ai bambini.
Sempre più spesso ci troviamo di fronte a genitori che cercano di avvantaggiare i loro figli, non solo economicamente, ma anche culturalmente affinché possano essere al passo con i tempi frenetici dettati ed imposti dalla società odierna.
Si arriva così ad avere bambini iper-impegnati 4-5 giorni a settimana, in attività extrascolastiche di vario tipo oltre l’orario scolastico, sovraccaricandoli di responsabilità ed aspettative elevate di performance e di riuscita non solo rispetto allo studio ma anche nelle altre discipline in cui si cimentano.
Quando hanno il tempo di giocare i nostri bambini? di stare insieme ai loro amici? ai genitori ? o semplicemente quando hanno il tempo di oziare, di annoiarsi?
Noi adulti saremmo capaci di reggere il ritmo che imponiamo ai nostri figli?
Credo sia importante tentare di trovare un equilibrio e se le attività extrascolastiche compartano un sovraccarico tale da far emergere sintomi quali difficoltà ad instaurare amicizie, ad organizzare il proprio tempo, eccessiva stanchezza, stress, iperattività e nervosismo è evidente che non siamo più di una posizione di stabilità.
Molto spesso abbiamo di fronte infatti una situazione in cui il bambino diventa l’espressione della realizzazione personale di mamma e papà, a volte anche dei nonni, con conseguenze piuttosto complesse, come per esempio la tendenza a sviluppare una competizione non sana, che non aiuta il bambino a crescere e maturare. In tal senso la riuscita nell’attività extrascolastica prescelta, qualsiasi essa sia non è più del bambino che si cimenta con l’obiettivo di imparare qualcosa, socializzare e divertirsi ma diventa un onere che ha in se la riuscita e la gratificazione di tutta la famiglia, rispetto anche al contesto sociale di riferimento.
Questa condizione è ulteriormente potenziata dal fatto che la struttura famigliare è molto cambiata, molte famiglie sono allargate , altre monoparentali, altre adottive, si fanno meno figli e piuttosto il là con l’età per cui si tende nelle maggior parte dei casi a dar loro più di quanto abbiano bisogno. Tale atteggiamento comporta una sorta di immobilizzazione nei bambini che proprio perché hanno tutto non sono portati a cercare, incuriosirsi, inventare cose nuove.
E’ evidente che i nostri bambini oggi sono all’avanguardia su molti ambiti della loro vita grazie alle risorse messe loro a disposizione dagli adulti di riferimento, ma ciò comporta anche lo sviluppo di un potente senso di risarcimento verso questi ultimi, che non permetterà ai bambini stessi di maturare attraverso l’accettazione di una critica, di un fallimento, con una conseguente graduale perdita di autostima e fiducia in se stessi.
In virtù di ciò e di quanto ho avuto modo di apprendere dalle famiglie che ho conosciuto e trattato credo si fondamentale garantire al bambino il diritto ad annoiarsi di tanto in tanto, di avere tempi vuoti funzionali alla sua crescita.
Il tempo vuoto consente infatti di sviluppare la creatività, la fantasia, programmare attività personali, sperimentare , riflettere, costruire tutte attitudini che tendono a scomparire quando il bambino è abituato a seguire attività strutturate nel dettaglio. Il fatto che, oggi, pochi bambini siano in grado di organizzarsi autonomamente in giochi di squadra o dando libero sfogo alla loro fantasia non è dato solo dal fatto che non esistono più i cortili di casa, ma soprattutto perché sono abituati ad interagire con gli adulti che programmano tutto per loro: gli insegnanti a scuola o nei corsi extrascolastici, gli animatori nelle feste di compleanno che addirittura decidono quando aprire i regali e tagliare la torta!!!!
Il bambino quando sperimenta la noia è indotto per natura ad essere più propositivo, più attivo sviluppando la sua vena creativa.
Come adulti abbiamo il dovere di dare un nuovo significato alla noia che non è dovuta ne attribuibile a qualcosa di esterno a noi ma a ciò che c’è in noi. Ci si sente annoiati principalmente quando si è sconnessi dal momento presente, dal mondo circostante e da sé stessi. Ciò rimanda ad una risorsa base dell’individuo che è l’abilità dell’auto-intrattenimento. Lo stato di insoddisfazione che chiamiamo noia, non si risolve cercando nel mondo esterno novità o stimoli, ma cercando dentro sé stessi, diventando noi stessi parti attiva, attori di quel momento. E’ in questi momenti di vuoto apparentemente improduttivo, che si aprono le porte della intuizione, della creatività, della bellezza, del gioco libero.
I nostri bambini sono tanto oberati di attività ed intrattenimento, di cosa da fare che non hanno assolutamente la possibilità di sperimentare il “vuoto” da cui tutto potrebbe nascere.
Fornendo così tante opportunità ai nostri figli non gli concediamo più di sviluppare quelle naturali difese contro la noia di cui disponiamo dal momento della nostra nascita.
Ciò che potrebbe essere d’aiuto a noi adulti sta nell’insegnare ai bambini a leggere la realtà, a farli entrare in contatto con sé stessi, con le loro emozioni e con le loro risorse. Questo avviene gradualmente trascorrendo del tempo, di qualità, insieme a loro ed utilizzando il loro stesso linguaggio.
Giocare con i propri figli, anche solo 10 -15 minuti al giorno sarà per loro un momento unico e indimenticabile molto più di tanti discorsi e regali ricevuti.
Per i nostri figli giocare con i genitori è un momento idilliaco, inconsciamente questo momento per loro acquisisce un significato imprescindibile per una sana crescita, ovvero sentirsi importanti, riconosciuti, visti e degni di attenzione da parte dell’adulto di riferimento. Ciò consente loro di porre le basi per una adeguata maturazione dell’autostima e della fiducia in sé stessi.
Per noi adulti invece, il gioco rappresenta la condizione migliore per avvicinarci ai nostri figli, conoscerli, stabilire con loro un contatto emotivo e scoprire la più adeguata modalità comunicativa da instaurare con loro potendo così entrare un quelle zone d’ombra come le paure, le preoccupazioni che magari i nostri piccoli non sono in grado di verbalizzare.

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Giorgia Manilla

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